giovedì, 25 gennaio 2007

Chet...

 

“Uomini… Tutti uguali…”
“Tutti alla perenne ricerca di un modo per…”
“… sfuggire alla realtà.”

“… Forse…”

“… Forse…”
“Forse dovrei rilassarmi… Mi farebbe stare meglio.”

“E dovrei anche smettere di parlare da solo.”
“Ci vorrebbe una risata. Già, una bella risata…”

“… Difficile.”

“Quanta gente ci sarà in questa prigione? Quante anime sommerse dalla polvere?”

“Individui troppo stanchi…”

“Incapaci di ricordare quanto sono belli i desideri e i sogni…”

“… Inutile preoccuparsi.”

“Quando sei costretto a stare sempre solo anche sorridere diventa difficile…”

“… Meglio pensare a sopravvivere.”

 

 

La creatura aveva la veste sgualcita e dei lunghi capelli ribelli. L’armonia della figura si diffondeva attraverso ogni suo movimento. Mi fermai a guardare fisso il pavimento nero sul quale danzava, leggera, con il suo lungo manto. All’orizzonte, scuro e invisibile, c’ero io. Vittima in fervente attesa del suo carnefice. Scivolò vicino alla mia cella. Mi avvicinai alle sbarre, sporsi il braccio e feci per afferrarla. Ma prima che la mano potesse raggiungerla, la creatura si voltò verso di me, rimanendo sospesa, immobile. In quel preciso istante fu come se mi avesse riconosciuto. Non ci eravamo mai incontrati, se non nelle mie recenti fantasie, ma mi scrutava come se sapesse tutto di me. Poi iniziò ad avanzare…

 

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall'abisso? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa, mischiandoli, beneficio e delitto. Nei tuoi occhi riunisci il tramonto e l'aurora, diffondi profumi come una sera di tempesta; i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un'anfora, che rendono audace il fanciullo, vile l'eroe.

 

Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri? Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane: tu semini a casaccio la gioia e i disastri, hai imperio su tutto, non rispondi di nulla. Cammini sopra i morti, e ridi di essi. Fra i tuoi gioielli, l'Orrore non è il meno affascinante e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.

 

La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela… E crepita, e fiammeggia. L'innamorato palpitante, chinato sulla sua bella, sembra un morente che accarezza la propria tomba.

 

Sorrisi. Non intendevo lamentarmi. Avevo cercato quel confronto e non avrei ceduto. Probabilmente ero l'unico a credere che ne era valsa davvero la pena. Lentamente ma inesorabilmente mi sentii mancare… La stanza si fece buia… Prima di crollare svuotato, oramai ridotto all’eco del mio nome, guardai in faccia la creatura che volteggiava sopra di me. In sottofondo, mi parve di udire il gracchiante cigolio di un cancello. Poi più nulla... Solo una fiammella tremolante, una stanza vuota ed un ragazzo steso su uno stuoino.

 

Venga tu dal cielo o dall'inferno, che importa, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se i tuoi occhi, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me la porta d'un infinito adorato che non ho conosciuto? Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu, creatura dagli occhi velati, fai l'universo meno orribile e questi istanti meno gravi?

 

Il sogno era finito e il freddo stava lasciando pian piano il posto a un caldo e accogliente senso di solitudine…

Postato da: SiriusBlack73 a 09:39 | link | commenti (3) |

venerdì, 21 ottobre 2005

Zain...


"La compositione si fa di tre cose, cioè corpo, spirito et anima, io bene mi ricordo amico carissimo, che i due avete ben conosciuto, ma il terzo totalmente v’era incognito, cioè l’anima. Adunque fratello et amico carissimo, vi rivelo hora il secreto de tutti i Filosofi almizadir, zolfo de Filosofi, argento vivo, acqua dolce onde è il verso:


L’arte sta in acqua pura, et altro non far cura.

Genera la tentura, cosa c’al fuoco dura,

Mercurio strugger suole, ogni fogliato Sole,

Lo dissolve e fa’l molle, l’alma del corpo il tolle,

E dopo lo congela, a chi Dio lo rivela.


A voi, tre cose scrivo che sono principij delle cose naturali secondo il filosofo, cioè materia, forma e privatione. E per tanto noi faremo questa nostra medicina di tre cose naturali, cioè materia, forma e privatione, che sono corpo, anima e spirito. Per materia, s’intende il corpo, per la forma s’intende l’anima, per la privatione s’intende lo spirito. Perché, secondo che per la privatione si fa ogni generatione e corrutione, così mediante lo spirito si fa l’unione, e si compone del corpo e dell’anima, e questo vediamo nell’huomo."


"Opere di Canfora

Libro secondo

Particolare di Chirico abbate di Colonia.


Primo per far il corpo, faremo una terra spirituale, laquale col nostro magistero faremo fissa, e questo è necessario, perché come la terra mediante il moto del cielo produce tutti i frutti, così la terra nostra mediante lo spirito e l’anima haverà a fruttificare. E però bisogna che questa terra sia senza alcuna superfluità, purissima, altrimenti non potria ricevere lo spirito e manco l’anima, e non bisogna che la terra di che si fa il corpo sia di natura d’anima, né di spirito, perché non sarebbero tre cose distinte."


Oramai avevo deciso. E pur continuando a rifletterci non mi resi conto della pazzia del gesto… Forse l'essere rinchiuso, segregato, perso in quel buco senza fondo cominciava a opprimere talmente il mio spirito che qualsiasi tentativo di resurrezione sarebbe comunque stato grande, maestoso, estremo. Non mi resi conto di nulla… L'idea dell'impresa occupava la mia mente. Il piano cominciava a farsi via via più chiaro. Il rito doveva essere perfetto, la sua esecuzione senza sbavature, esattamente come le bravate mie e di James a Hogwarts e delle quali mai ci eravamo preoccupati. Era tutto deciso… Avrei affrontato e sconfitto ciò che mi faceva paura… Ciò che mi aveva spinto contro un muro e paralizzato per un lasso di tempo indefinito. Avrei affrontato un Dissennatore.


"Hora ti voglio nominare per nome questa santa terra, laquale nessun Filosofo ha voluto rivelare, anzi più presto l’hanno cancellata dalli lor libri, e sappi che questa terra si domanda Canfora, che è quella che si vende vuolgarmente. E sappi che in quella ci sono gran secreti, che per sua freddezza è attissima a congelare in sé lo spirito e l’anima, perché la congelatione procede dal freddo, e la solutione procede dal caldo."


Fatta la scelta furono i dettagli a prendere il sopravvento… Dovevo realizzare la mia grande opera. Sapevo poco dei Dissennatori, quanto studiato a Hogwarts, e sapevo anche di essere disarmato tuttavia la mia voglia di rinascita era più forte di qualsiasi logica… Ma come fare per rammentare, per non relegare il tutto a quelle fredde mura. Come legare quel gesto in modo indissolubile alla mia persona? Non volevo un segno solo nella mia mente… I ricordi si cancellano; l'atto doveva restare. Mi guardai attorno… Un rivolo d'acqua scorreva sulla parete… Una goccia… Caduta per anni aveva lasciato un segno in quelle pietre imponenti che tenevano prigioniere il mio spirito… Un solco, un segno sulla pietra… Un solco… Un segno… Un solco che avrei inciso sulla mia pelle. Un marchio da portare con me a perenne ricordo di quello che avevo compiuto, di come avevo tentato di risorgere… 


"Perché gli spiriti dell’acqua vita entrano per tutto e fissano la Canfora, che più non bruciarà né sollimerà, né esalarà e così haverai il corpo ben preparato. E come l’anima dell’huomo non è quella che opera manco il corpo, ma il composito mediante lo spirito, così questo nostro spirito non ha frutto senza l’anima, e l’anima senza il corpo, però mediante lo spirito qual’ è sostanza mezana, argento vivo, senza cosa strania…"


Fu allora che mi tornarono in mente gli scritti di Alchimia che avevo divorato ad Hogwarts... E il simbolismo di ogni trasformazione alchemica concepito con l'idea che l’uomo potesse aiutare la natura ad accelerare i tempi di evoluzione prestabiliti dalle influenze celesti. Avevo sempre seguito come precetto l’opus Alchemico sintetizzato nella frase "pensa agendo ed agisci pensando". Esattamente come un alchimista che crede che, scoperto il principio di purificazione di tutte le qualità, sarebbe possibile trasmutare tutti i metalli in oro puro a partire dallo stato di materia imperfetta. La Pietra Filosofale era il mistero da scoprire, l'intelligenza della natura da assecondare per accelerare i ritmi temporali della trasmutazione verso la perfezione. Ero pronto… Non mi restava che trovare la "mia" Pietra Filosofale…


"Piglia libbre iij. d’argento vivo minerale, che non sia né di piombo né di stagno, e farai fare un vaso di terra ben cotto, cioè due volte, e quando serà cotto la prima volta fallo invitriare tutto eccetto il fondo e non si invitriarà, e ciò farrai acciò la parte terrestre dell’argento vivo s’attachi nel fondo del vaso."


La ricerca non fu particolarmente lunga… Nella tradizione della Alchimia Metallifera piombo, ferro, stagno, rame, mercurio, sono soggetti alla corruzione, mentre argento e oro sono incorruttibili, cioè non soggetti al decadimento fisico prodotto dal tempo. Ma quello ero uno stadio di purezza assoluta. Il compimento di un ciclo e io ero solo all'inizio. Rammentai… La fase iniziale di ogni trasformazione era protetta dal mercurio, o Argento vivo, considerato il solvente per eccellenza. Gli antichi artigiani alchimisti purificavano l’oro e l’argento sciogliendoli con il mercurio dalla terra impura e poi con il fuoco allontanavano il mercurio estraendo oro ed argento puri, da impurità ed anche dalle leghe con altri metalli. Questo avrei fatto io… Questo sarei stato… Argento vivo…


"Allhora cava fuori il fuoco, e presto metti su il mercurio per quel pippio e serra ben il pippio con luto et allhora l’argento vivo per la fortezza del caldo che truova così repentino si corromperà e dileguarà, e parte verrà in acqua, cioè alquante gocciole, e parte se n’attaccherà al fondo del vaso in terra nera, e lasserai raffreddare il vaso, e poi aprilo, e troverai l’argento vivo tutto nero, quale cava fuori e ben lavalo."


Ero finalmente pronto… Presi parte di quella poltiglia che doveva essere il mio pasto e la gettai in un angolo della cella… Aspettai pazientemente, isolando giorno per giorno gli insetti che quel lauto banchetto richiamava. Scelsi con dovizia le mie prede quindi, dopo una settimana, le posizionai sopra una foglia e iniziai a schiacciarle una a una… Provai uno strano piacere, quasi convinto che l'energia di quelle piccole vite si sarebbe trasferita nel sottoscritto. Lavorai pazientemente per diverse ore, avendo cura di eliminare ogni possibile scoria o residuo… Il risultato fu simile a uno smalto rosso… Scuro… Denso…


"Prendi un ferro et infuocalo, poi estinguilo in questo argento vivo, e diverrà bianco e dolce come argento fino, allhora mettilo in una ritorta di vetro fra capelli, che non tocchi il fondo né la sponda delli capelli, e li darai buon fuoco, di sotto, e con cenere calda di sopra il capello, accioché tenga meglio il fuoco, et in quaranta hore si distillarà l’argento vivo in forma d’acqua viscosa che non bagna la mano né cosa alcuna se non il metallo."


Lentamente levai la camicia… Con il dito disegnai sul petto i contorni del marchio… Mi sdraiai, schiena a terra, in modo che la pelle potesse cominciare ad assorbire quella tintura quindi, passati alcuni minuti, iniziai la fase fu più dolorosa… Per far penetrare il colore nella pelle non potei far altro che usare una scheggia di legno ricavata dalla ciotola che ospitava il mio pasto quotidiano… Seguendo i contorni del disegno comincia a praticare delle punture molto vicine tra loro avendo cura di intingere la punta di quel mio ago improvvisato nella tintura. E, quasi istantaneamente, il mio sangue prese a mischiarsi con il colore rendendolo più acceso…


"E questa è l’acqua vita de Filosofi vera, spirito desiderato da tutti i Filosofi e dicesi sostanza mezzana dell' argento vivo, e molti altri nomi, senza cosa estranea e senza corrosivi. Serba quest’acqua preziosa occulta da tutti i Filosofi senza laquale non si può fare nessuna buona opera, e lassa andare tutte le altre cose, e tieni questa, e ciascuno che vedrà quest’acqua, s’haverà qualche pratica si tenerà a questa, perché è pretiosa e vale un thesoro, si che lauda Dio in tal thesoro donato, il qual sia donato da tutto il mondo sempre mai."


Ripetei l'operazione più e più volte fino a quando il bruciore non si fece insopportabile. A quel punto chiusi gli occhi… Volevo dormire… Desideravo dormire ma il dolore non permetteva ai miei sensi di sopirsi. Mi alzai. Presi dell'acqua, la poca rimasta dalla giornata e me la versai sul petto. Il bruciore diminuì… Tamponai con la camicia e quando la tolsi lo vidi… L'argento vivo… Il mio primo tatuaggio… Era… Completo...

Postato da: SiriusBlack73 a 11:46 | link | commenti (13) |

sabato, 20 agosto 2005

Vau…

 

Il senso di oppressione trasmesso dalla prigione era amplificato dai bassi soffitti, dagli angusti corridoi e dalle loro svolte secche che non permettevano di vedere chi o cosa si celasse dietro ogni singolo angolo. In questo contesto stupivano la dimensione delle celle nelle quali era possibile, partendo dal centro, fare ben 3 passi in ogni direzione. Si trattava di un contrasto stridente che però, a un occhio attento, svelavano il vero intendimento del progetto… Tenere relegati i prigionieri all’interno dei loro cubicoli… E in certi momenti si aveva davvero l’inquietante sensazioni di essere al sicuro rinchiusi li dentro.

 

Al passaggio dei due esseri le sbarre della porta si fecero gelide. Un brivido mi scosse la spina dorsale quasi fossi stato colpito da un violento spasmo. Nonostante la sensazione di angoscia e la paura non riuscii a staccare immediatamente le mani. Dovetti fare ricorso a tutte le mie forze per ordinare alle dita di aprirsi e lasciare la presa quindi mi allontanai indietreggiando senza mai voltarmi. Arrivato con le spalle al muro mi fermai. Sedetti a terra e mi raccolsi dietro le ginocchia. Lo sguardo era fisso, rivolto alla porta della cella.


"Vorrei solo morire. Non chiedo altro.
Non per sempre. Solo un poco.
Finchè passi."


Non riuscivo a riprendermi. Ero fermo. Bloccato contro quel freddo muro che mi stava congelando la schiena eppure non potevo muovermi. Il cervello cercava di comandare, di mandare i suoi impulsi alle membra ma queste non rispondevano. Sembrava che il mio corpo e la mia testa fossero state separate e non riuscivo a capire come… Forse era proprio questo che mi angosciava maggiormente… Come poteva essermi capitata una cosa del genere? Quale essere sulla faccia di questa desolata terra poteva vantare un tale potere?

 

"Nascondermi al mondo, in silenzio.
Chiudere gli occhi e sparire. Solo un poco.
Finchè torni la luce."


Tentai di riflettere… Le pareti della cella cominciarono a farsi lontane, i contorni a diventare sempre più sfumati… Stavo ritornando con la mente al passato. A quando vagavo per Hogwarts in compagnia dei miei amici, alle partite di Quiddich in cui avevo trionfato, alle folli evoluzioni sulla scopa, alle zuffe con gli altri studenti, alle notti di luna piena trascorse con Remus, James e Peter sotto forma di animali. Non era molto… Forse non abbastanza per essere considerato un uomo ma sicuramente abbastanza per non essere un codardo…

 

"Morire in qualche modo. Per trovare la pace.
La fine.
Il contrario di tutto, l'ombra del cielo,
una parentesi vuota, che non voglio riempire.
Vorrei solo morire. Un poco,
solo un poco."


Scattai in piedi. D’improvviso mi accorsi che dovevo fare qualcosa. Ero rimasto fermo, assoggettato a quella situazione fin troppo a lungo. Era giunto il momento che anche Azkaban iniziasse a conoscere il vero Sirius Black.

Postato da: SiriusBlack73 a 20:58 | link | commenti (28) |

sabato, 13 agosto 2005

He…

 

Ogni individuo rinchiuso ad Azkaban viene, volente o nolente, catapultato in un limbo. Lì, sottoterra, non esistono ne il giorno e nemmeno la notte. Il tempo sembra essere sospeso, arrestato insieme ai detenuti. Tutto ciò che potevamo contare erano i pasti e i turni di riposo delle guardie. Quando vedevi una faccia nuova passare davanti alla tua cella allora voleva dire che, probabilmente, era passato un altro giorno.

 

Lentamente ripresi conoscenza. Ero disteso al centro di una cella. I piedi toccavano contro le sbarre di metallo della porta. Non c’erano finestre ne aperture lungo le pareti. Gli enormi blocchi di pietra che le formavano erano lisci e terribilmente freddi. La stanza era completamente vuota e l’unico elemento di arredo era una stuoia buttata in un angolo. L’aria era pesante, stantia, umida e impregnata di olezzi tipicamente umani…

 

Cercai di alzarmi. Le gambe mi tremavano. Appoggiai una mano e feci forza. L’unico risultato che ottenni fu quello di trovarmi nuovamente a terra un poco più vicino al mio giaciglio.. Decisi di non tentare nuovamente l’impresa. Allungai la mano. Presi lo stuoino per un angolo e me lo tirai addosso. Quindi caddi nuovamente fra le braccia di Morfeo…

 

Al mio secondo risveglio ero finalmente in grado di mantenere una posizione più o meno retta. Non avevo idea di quanto tempo fosse trascorso. So solo che da lì a breve ricevetti il primo e unico pasto della giornata. Si trattava di un piatto di verdure schiacciate in una specie di poltiglia a cui si accompagnavano miseri brandelli di carne. L’aspetto, l’odore e il sapore erano francamente ripugnanti tuttavia i morsi della fame mi riportarono presto a più miti consigli e anche il mio stomaco smise rapidamente di produrre quei conati che avevano inizialmente accompagnato ogni singolo boccone…

 

Fu però grazie a quei pasti nauseabondi che riuscì a fare conoscenza con parte dei nostri carcerieri… Si trattava di elfi deformi, relegati ad Azkaban dal ministero della magia e a cui era stato fatto assoluto divieto di rivolgere la parola a noi detenuti. Erano così silenziosi e taciturni che, all’inizio, pensai fossero muti. In realtà si trattava di un abile espediente per rendere il nostro isolamento ancora più opprimente… Al silenzio dei “servitori” si andava infatti ad aggiungere quello degli altri prigionieri. Era quindi naturale che le persone cominciassero, presto o tardi, a parlare da sole.

 

Non saprei dire quanto tempo trascorse primo che anch’io finissi in quel gorgo... E nemmeno quanto tempo passò prima che me ne accorgessi... Ricordo però il momento in cui ne presi coscienza...

 

Poteva essere notte. Il mio sonno era stato disturbato da alcuni rumori provenienti dalla parete destra della mia cella. Nulla di particolare. Niente urla o strepiti ma un suono profondo, cupo, ritmato...  Avvicinai progressivamente la faccia alla parete fino a venirne a contatto. Restai immobile. Persi completamente la cognizione del tempo e non potrei quantificare quanto rimasi in ascolto… So solo che tutto cessò così come era iniziato... All'improvviso.

 

Mi girai dall'altro lato. Le spalle alla parete. Quasi a sottolineare il disinteresse per quanto avevo udito fino a quell'istante. Tuttavia, nonostante il ritrovato silenzio, non riuscii a riprendere sonno… Cominciai a riflettere su chi o su cosa potesse celarsi dietro quel muro. Un altro mago appena rinchiuso? Oppure un individuo impegnato in un tentativo di fuga? O ancora una qualche creatura condannata per un efferato delitto? Fu in mezzo a quel turbine di pensieri e supposizioni che le mie labbra iniziarono a muoversi… A sussurrare… Le idee nella mia testa stavano prendendo il sopravvento, ognuna di esse reclamava a gran voce il diritto alla parola così, prima che potessi rendermene conto, avevo cominciato a comunicare al mondo quanto mi bruciava dentro…

 

Il giorno seguente un gran trambusto seguì alla consegna del pasto… Al passaggio dell’elfo fecero infatti seguito esseri di ben altra statura… Incuriosito mi avvicinai alle sbarre. Due creature avvolte in lunghi mantelli neri stavano trascinando via un uomo... Non si muoveva... Non respirava... I suoni che avevo udito dopo tanto silenzio altro non erano che le ultime volontà di un morto…

Postato da: SiriusBlack73 a 00:26 | link | commenti (17) |

giovedì, 11 agosto 2005

Daleth...

 

Appena toccai il pavimento, il mio corpo si piegò su se stesso come un sacco. I vestiti, erano quelli che mi davano una parvenza, che mi conferivano ancora la forma di un essere umano. Fu allora che, per un breve istante, avvertii un dolce tepore… Erano le fredde rocce della cella… Appoggiato con il viso alla parete sentii per la prima volta un po’ di calore… Perfino le fredde mura di Azkaban non erano nulla a confronto del bacio di un Dissennatore.

 

Rimasi immobile per alcuni istanti poi mossi la testa distogliendo lo sguardo dal fuoco. Vidi così l'uomo delle scartoffie fare un cenno. Dovevamo muoverci… Attraversammo tutta la stanza. Era più piccola di quanto avessi immaginato. L’iniziale penombra ne aveva sfumato i contorni ma ora i bagliori provenienti dalle fiamme consentivano una visione più chiara di tutto l'insieme. Passai vicino alla guardia che stava ancora attizzando il fuoco. Tanto era intenta nella sua opera, nella ricerca di quei piccoli brandelli di stoffa che le fiamme avevano solo lambito, che quasi non si accorse del mio passaggio.

 

Giungemmo di fronte a una porta. Mi ero sbagliato, oltre alla sala dove ci trovavamo c’era evidentemente anche un altro locale. Era una sorta di sgabuzzino, piccolo e buio. Non c'erano finestre o feritoie e l'unica luce che filtrava era quella proveniente dalla stanza con il camino. Fui condotto in un angolo e lì incatenato ai polsi. Le catene erano fissate al pavimento ed erano così corte da costringermi a chinarmi per toccarmi il viso.

 

"Schegge di sogni,
rimbalzando nel cielo,
mi feriscono."

Mentre cercavo di trovare una posizione dalla quale trarre un po’ di conforto, fece il suo ingresso l’uomo delle scartoffie. Portava con se un grosso cavalletto, simile a quello di un pittore, al cui centro si trovava un pannello scuro. Mi arrivò di fronte, quindi arretrò di 5 passi. Posizionò con cura quella strana tela e vi si mise dietro.

A quel punto la guardia che era entrata con me nella stanza si avvicinò e mi diede una targa…  "Prigione di Azkaban. 390". Si assicurò che la tenessi saldamente con entrambe le mani quindi, senza proferire parola, mi prese i polsi e li alzò con uno strattone deciso. “Ora sorrida. E non lasci cadere la targa o la dovremo rifare” disse allora l’uomo dietro la tela.... Ero onestamente indeciso sul da farsi… Ero stato fino troppo accomodante pur sapendo che questo non mi avrebbe portato alcun beneficio. Feci appena in tempo ad alzare lo sguardo quando un lampo mi accecò. L’uomo dietro la tela aveva alzato la bacchetta e la stava puntando verso me… Le mie mani si chiusero istintivamente sulla targa. Cercai di usarla per ripararmi il viso ma le catene resero vano quello che era, a tutti gli effetti, il tentativo di un uomo disperato. Gli occhi e la pelle cominciarono a bruciarmi e l’aria si fece incandescente. Iniziai ad urlare, ma ebbi subito la netta impressione che qualsiasi suono rimbombasse solo ed esclusivamente nella mia testa… Ci vollero circa una decina di secondi poi il calore si fece insopportabile e caddi a terra privo di sensi…

"Piccole onde
sulla chiglia dei sogni,
s
i infrangono."

Non so onestamente quanto rimasi privo di conoscenza… So solo che al mio risveglio mi ritrovai dentro una cella… Gli unici ricordi che avevo erano il clangore di una enorme porta metallica e la confusa immagine di una gigantesca scalinata d’ossa…

Postato da: SiriusBlack73 a 21:09 | link | commenti (8) |

mercoledì, 10 agosto 2005

Ghimel…

 

Contrariamente a quanto si sarebbe portati a credere, la prigione di Azkaban non si sviluppa in altezza. Vista dall’esterno infatti non è altro che un modesto muro di cinta all’interno del quale si trovano quelle che, a un primo e fugace colpo d’occhio, potrebbero apparire come semplici torri. In realtà si tratta di camini. La prigione di Azkaban affonda e si sviluppa nella nuda terra. Un dedalo di cunicoli e celle, scavate in una melma fangosa, putrida, dalla quale non posso nascere altro che germi e batteri. E’ una sorta di pozzo, una voragine nella quale gettare e dimenticare tutti le persone accusate dei crimini più efferati. E’ il luogo dell’oblio e la sua discreta presenza su questa terra ne è la prova più lampante.

 

Mentre l’uomo al di là della scrivania riempiva le ultime scartoffie, una delle guardie con cui ero entrato si stacco dal mio fianco. La cosa non attirò immediatamente la mia attenzione. Me ne accorsi solo quando udii dei rumori provenire dalla direzione del camino.

 

Cominciai a fissarlo incuriosito… La perizia e la meticolosità con cui disponeva i ciocchi di legno all’interno del forno aveva qualcosa di maniacale. Sembrava si stesse preparando a un rito, a una solenne cerimonia e non alla semplice accensione di un fuoco… Ero quasi sul punto di chiedergli se gli servisse aiuto quando vidi sbucare una mano dalla mia sinistra. Era l’uomo delle scartoffie che mi porgeva quello che, a un primo sguardo, mi sembrò nient’altro che una massa di stracci.

 

Lo fissai… Un colpo di tosse della guardia che era rimasta al mio fianco mi fece capire che dovevo prendere il fagotto… A quel punto l’uomo che aveva pronunciato il mio nome aprì nuovamente bocca: “Si cambi, prego. E lasci i vestiti sul pavimento”. Rimasi colpito dal tono della sua voce… Non era fredda, piatta… Il timbro lasciava trasparire un certo grado di compiacimento e questo, forse, era concepibile. Prima di me, in quella stanza, erano sicuramente passati grandi criminali e efferati assassini. Individui capaci di incutere timore e terrore con il semplice loro nome e io ero sicuramente considerato un membro di questa molto poco nobile elite.

 

Comincia a spogliarmi lentamente. Ero ancora dolorante dal viaggio, così impiegai un poco a sfilarmi la camicia che non voleva saperne di abbandonare il mio braccio sinistro… Una volta nudo scostai istintivamente i vestiti con un calcio, quindi presi l’uniforme. Faticai a capire la differenza fra il dritto e il rovescio di quello che tutto poteva essere tranne che un prodotto di fine sartoria. Tergiversai per qualche istante fino a quando non mi accorsi che la guardia al mio fianco mostrava chiari segni di insofferenza. Infilai allora la camicia il più rapidamente possibile, la chiusi con le asole e rimasi immobile.

 

A quel punto la guardia che era al focolare si mosse verso di me. Mi giunse di fronte, si chinò e raccolse i miei vestiti che giacevano sul pavimento. Una volta in piedi fece un gesto, un movimento quasi a volermeli porgere… Stavo per allungare la mano quando l’uomo si voltò dirigendosi ad ampie falcate verso il forno. Seguì con lo sguardo il suo tragitto… Lo vidi appoggiare i miei vestiti sopra i ciocchi di legno, estrarre la bacchetta e accendere il fuoco… Non capii immediatamente cosa stesse accadendo… Ci volle un attimo… Ci vollero i bagliori delle fiamme riflessi negli occhi della guardia.

 

Il mio ultimo legame con il mondo libero era appena stato cancellato…

Postato da: SiriusBlack73 a 20:44 | link | commenti (13) |

martedì, 09 agosto 2005

Beth…

 

Le pietre della mia cella erano spesse, lisce. Levigate dallo scorrere degli anni. Tuttavia la loro più nobile e grande qualità era il gelo che sapevano trasmettere. Anche il solo avvicinarsi metteva i brividi. Era lo stesso gelo che avverte un condannato quando la sua pelle viene sfiorata dalla fredda lama del boia. Un gelo che paralizza i muscoli e che costringe alla preghiera qualsiasi mago. Questa era la sensazione che trasmettevano le celle di Azkaban. Una sensazione protratta, amplificata. Era come trovarsi perennemente accarezzati da quella lama...

 

Arrivai ad Azkaban al calar del sole. In ceppi. Come si addice a un uomo accusato di aver tradito e ucciso i suoi migliori amici. Mi dolevano terribilmente i polsi e avevo le ginocchia completamente escoriate. Le guardie incaricate delle mia scorta si erano infatti limitate a trascinarmi alla vettura avendo cura di abbattermi ogni qualvolta tentavo di rialzarmi per camminare con le mie gambe.

 

Giunto alla stazione ero stato scaraventato all’interno di un vagone e quindi, alloggiato in una specie di bara di metallo. Pur non essendo un gigante, la cassa mi risultava alquanto angusta e i suoi spigoli mi fecero ringraziare l’istante in cui il treno arrestò la sua corsa. Seguirono una serie di sobbalzi e scossoni dovuti, probabilmente, alla carrozza che mi traghettava verso la mia destinazione finale.

"Vedo una stella
armonia del cielo,
nel mio tramonto."

Appena all’aperto il mio occhio corse rapido e rapace lungo il profilo di quei monti che facevano da corona a quella specie di gola nella quale ero stato condotto. Si trattava di un luogo a me assolutamente sconosciuto ma che, nonostante la precarietà della mia condizione, non costituì immediatamente un fardello per il mio animo.

Furono però sufficienti pochi istanti per tornare alla realtà, una realtà che assunse la forma di una guardia che mi comunicò la necessità di procedere con un violento colpo all’altezza del costato. Non mi accasciai… Mossi invece il primo passo giusto in tempo per evitare quello avrebbe dovuto essere il suo secondo invito.

Procedemmo rapidi lungo un sentiero che si faceva sempre più stretto. Le guardie mi intimavano di avanzare mantenendo lo sguardo rivolto verso il terreno. Ero conscio di cosa avrebbe comportato un atto di disobbedienza; ubbidii quindi senza fiatare. Dopo una decina di minuti giungemmo di fronte a un casolare di pietra. L’aspetto esteriore era estremamente semplice, povero. Oltre alla porta, l’unica apertura visibile era una specie di feritoia dalla quale era possibile tenere d’occhio il sentiero da cui eravamo giunti. All’interno un’unica sala. Un tavolo, uno schedario e un camino che catturò subito la mia attenzione.


Rimasi in piedi, immobile, per non so quanto tempo fissando quel forno fino a quando nella sala risuonarono i passi di un altro individuo. “Sirius Black?” Furono queste le sue uniche parole. Non risposi subito. Rimasi ipnotizzato dal suono del mio nome, assaporandolo… Da molto tempo infatti nessuno mi rivolgeva più la parola. L’ultima volta che avevo udito il mio nome era stato in tribunale, alla lettura della sentenza. Da allora il nome “Sirius” non era stato più pronunciato…


Annuii…

Postato da: SiriusBlack73 a 22:04 | link | commenti (10) |

Aleph…

 

Chiedo scusa al lettore che si avvicina a questo manoscritto… Non era infatti mia intenzione lasciare una qualsivoglia cronaca, uno spaccato di vita e neanche una serie di succulenti pettegolezzi tanto cari ad alcuni miei compagni di scuola. L’opera schizoide che vi apprestate a leggere è infatti frutto di un getto di pensieri, sensazioni ed emozioni, allontanate dal cervello di chi vi sta di fronte nel tentativo di guadagnare anche un singolo, prezioso, istante di oblio. L’unico motivo che muove questa mano affonda infatti le sue radici in quell’egoismo che nasce dalla disperazione… Il tentativo di un condannato che cerca di non dimenticare il suo nome e di far sopravvive la sua mente all’antro in cui è stata scaraventata…

 

Mi chiamo Sirius Black e per anni sono stato un ragazzo terribile. Insieme a J. Potter, R. Lupin e P. Pettigrew ho solcato i corridoi di Hogwarts riempiendo le aule di lezione con il mio ego e l’animo di molti mie compagni di odio e invidia. Facevo parte dei Grifondoro. La più nobile e rispettata di tutte le case tuttavia questa fama non ha mai costituto un freno, un deterrente agli eccessi miei e dei miei compagni.

 

"A niente come alla morte rassomiglia la vita.
È sua sorella. Senza differenze.
La prendi per mano, le lisci i capelli, le fai una carezza.
Lei ti regala un fiore e ti sorride.
Le nascondi la faccia dentro il petto
e senti la sua voce: andiamo, è l'ora."


E’ forse per questo motivo che amo tornare con la mente a quei giorni, giorni non particolarmente lontani ma che tuttavia non rispecchiano più quello che sono. Allora infatti il mio stato non rappresentava la mia natura… Ero arrogante e assolutamente insofferente alle regole. Come lo sono tuttora. Ma anche privo di quel naturale rispetto della vita e della sofferenza altrui che distingue ogni mago dal più infimo dei demoni. A lungo mi sono chiesto come mai il cappello parlante mi avesse messo fra i Grifondoro… O meglio, no… Non me lo sono mai chiesto. Ho sempre creduto che si fosse trattato di destino… Sì, ero un predestinato...

"Ma non ti parla di una differenza.
La morte non si stende faccia a terra
verde e bianca, o supina in una bara.
Va in giro con un volto vivido
a parlare con tutti."

Ricordo ancora la cerimonia dello smistamento e l’insensata sicurezza che ostentava il mio animo. Tutta quei ragazzini frementi. La paura che traspariva dai loro visi quando si avvicinavano alla sedia e la gioia che sgorgava dai loro animi non appena il cappello parlante veniva calato sopra le loro teste… Improvvisamente si sentivano più leggeri. Per tutti loro veniva fatta una scelta, una scelta non castrante. Non si trattava di un’imposizione, di una cella dalla quale evadere ma di un placido atto di pura onestà. Era per questo motivo che tutti loro si affidavano senza resistenza alcuna a chi, saggio, aveva la facoltà di leggere nei loro cuori mettendo a nudo paure, qualità e desideri.

"Ha tratti delicati, e un volto tenero.
Mani lievi, posate sul tuo cuore.
Chi si sente sul cuore quella lieve
mano, non giunge più a scaldarlo, il sole.
È freddo come il ghiaccio, e senza amore."


Per me invece non fu così, e me ne accorgo ora… A distanza di anni. Io non mi lasciai sollevare dal mio compito, rinunciai a quel dono… Feci la mia scelta… James era un Grifondoro, dovevo esserlo anche io e così accadde… Ora James è morto e solo adesso, da questa mia nuova, desolata dimora, mi accorgo di cosa voglia dire aver scelto di diventare un vero Grifondoro.

Postato da: SiriusBlack73 a 00:25 | link | commenti (6) |

 

Eccomi

Utente: SiriusBlack73
Nome: Sirius Black
I was always quite a troublemaker. Together with James Potter, we sailed through Hogwarts school, both being the most brilliant and also the most mischevious boys in school. We were popular and admired. I was friend with two other boys, Remus Lupin and Peter Pettigrew. Together, we became Animagi - I could change at will into a huge black dog. We also wrote the Marauders Map - a map of Hogwarts. I'm energetic, adventurous, courageous, loyal, impetuous and disregard for rules and safety.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

Archivio

oggi
gennaio 2007
ottobre 2005
agosto 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte